domenica 19 settembre 2010

Note su "The Galilean Satellites" dei Rosetta

Sunshine




Definire la musica dei Rosetta potrebbe sembrare in prima battuta una impresa abbastanza facile. Le sonorità rimandano ad un rock duro con forti influenze psichedeliche, molto descrittive nei primi lavori, più introspettive negli ultimi. Rifiutando la catalogazione post-metal, i Rosetta hanno provocatoriamente definito la loro musica “metal for astronauts”, un vero e proprio manifesto programmatico, che ha preso forma con il loro primo lavoro The Galilean Satellites (2005).

Si può dire, in breve, che The Galilean Satellites è la descrizione di un viaggio. Un viaggio senza ritorno.

Siamo abituati a pensare che la visione dei corpi celesti sia di per se una visione rasserenante (vengono in mente ad esempio le affascinanti descrizioni della Via Lattea fatte dagli antichi), ma questo può essere vero sino a quando le distanze sono tali da rendere nulla la violenza delle forze in gioco, sino a quando cioè i campi prodotti da questi corpi (smisuratamente grandi rispetto alle dimensioni dell’uomo) non siano tali da alterare le forme della percezione e stravolgerne le sensazioni.

Gli astronauti hanno rivelato che nello spazio i colori assumono caratteri molti più vividi, come se venisse meno una sorta di mediazione tra il nostro corpo e le cose, rendendo la visione più seducente. Tuttavia questa riduzione di distanza comporta allo stesso tempo un proporzionale aumento di inquietudine di fronte a visioni di corpi e spazi che ci sovrastrano per dimensione e forze.

Quella fascinazione mista ad inquietudine è rappresentata dal regista Boyle nello (splendido) film Sunshine, il viaggio psicologico di un equipaggio che si avvicina progressivamente al sole, in un crescente aumento di forze in gioco, sino alle estreme conseguenze. L’uomo è attratto dalla luce in una sorta di fascinazione (Έρως) che trova ragione nell’inconscio, una fascinazione che porta però necessariamente ad una fine violenta (Θάνατος).

E’ il mito di Icaro.

Icaro non intraprende un viaggio verso il sole esclusivamente per una volontà di conoscenza, ma anche per il desiderio di ridurre la distanza tra sè e le cose, per mettere se stesso in rapporto diretto con i corpi celesti (cioè con le divinità), abbattendo quella distanza, riducendo quella differenza.

Vi è una sorta di fascinazione delle cose, una attrazione verso i corpi inorganici e verso la materia, una vera e propria seduzione che Perniola ha definito “sex appeal dell’inorganico”. La materia si manifesta in una persistente opacità, sottraendosi ad ogni nostro tentativo di renderla perfettamente chiara e trasparente, di comprenderla. E’ un rapporto neutro, senza mediazione, incommensurabilmente inconciliabile per sua natura. Non si tratta di contemplare le cose, ma di percepirle pienamente.

The Galilean Satellites esprime tutto questo: la seduzione/attrazione che la materia esercita in noi, il rapporto con la materialità di corpi smisuratamente grandi, il fascino e l’opacità di questi corpi, la violenza di questa relazione.

The Galilean Satellites è la percezione del mondo materiale con gli occhi di Icaro. Una visione decisamente grandiosa.

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Sunshine - Mercurio

Rosetta - Dened

Rosetta - Europa

Galilean Satellite: Io

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